Rubriche : romanzo rossonero

Quando in maglia gialla giocavano i polli

mercoledì, 16 dicembre 2020, 13:41

di alessandro lazzarini

Nella seconda metà degli anni Novanta la Lucchese si annoiava in Serie B. L'ultima stagione che aveva fatto sognare era stata quella 1995-96 con Bolchi in panchina, conclusa con il sesto posto, poi la società, sempre attenta a sopire qualsiasi entusiasmo, non era più riuscita ad allestire rose particolarmente competitive, anche se erano arrivati molti buoni giocatori. Nessuno in quel momento avrebbe potuto immaginare che, persa la categoria, i rossoneri sarebbero in pochi anni precipitati in un incubo fatto di fallimenti seriali e nessuna ambizione: la Pantera veniva dal calcio d'avanguardia di Orrico e stagioni in primo piano in seconda divisione, con fior fiore di giocatori da categoria superiore e delle aspettative nella tifoseria che a ricordarle adesso sembrano fantascienza. Fu in quel contesto che, in una di queste stagioni di lotta per non retrocedere, gli scarsi risultati portarono alcuni tifosi a una richiesta piuttosto bizzarra nei confronti della società di Maestrelli e Grassi: far giocare la squadra con la maglia gialla "come i polli". Non ricordiamo di quale campionato si trattasse effettivamente, forse non quello poi effettivamente concluso con la retrocessione, né quanto vasta e condivisa nella tifoseria fosse una provocazione che comunque riuscì ad ottenere le pagine dei quotidiani locali; sarebbe anzi interessante se qualche memoria storica rossonera volesse ricostruire più nel dettaglio l'episodio. 

Fatto sta che quello che allora era il colore di maglia che secondo i tifosi avrebbe dovuto umiliare giocatori scarsi e colpevoli di poco impegno, oggi sembra essere la condizione necessaria affinché i rossoneri possano ottenere i tre punti in una partita: alla imposizione cromatica dell'arbitro rivendicata da Deoma in conferenza stampa non c'ha creduto nessuno, perché ovviamente con il Piacenza in maglia bianca ci sarebbe voluto un direttore di gara in preda ai fumi dell'alcool per ritenere che la maglia rossonera avrebbe potuto essere indistinguibile da quella degli ospiti. In realtà sappiamo tutti che si tratta di scaramanzia, cioè la maglia gialla come a Pontedera.

Non ci fraintendete, la scaramanzia è una iniziativa del tutto rispettabile, "Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male", diceva Eduardo De Filippo, quindi ben venga qualsiasi iniziativa che possa allontanare la sfortuna e infondere sicurezza a questa squadra. Tuttavia pensiamo anche che la Lucchese non si possa salvare ingaggiando a gennaio dei santini di Padre Pio, ma calciatori adatti e necessari a completare la squadra. Dopo un terzo di campionato sappiamo che i giocatori della Lucchese non sono affatto scarsi o fuori categoria: sono semplicemente troppi e messi male insieme. La squadra non ha attaccanti di ruolo tranne Bianchi, inoltre manca di peso e palleggio a centrocampo con la conseguenza che non viene tenuto un pallone in avanti e la difesa gioca sempre sotto stress; è stato folle pensare di affrontare un campionato professionistico senza almeno un centravanti d'esperienza, adesso lo sappiamo bene. Inoltre anche il mercato per rimediare agli errori è stato fallimentare, perché Moreo arrivato l'ultimo giorno della finestra di settembre ha decisamente fallito e, dei quattro giocatori tesserati dopo il disastroso inizio, solo Sbrissa e Dumancic, voluti da Lopez, hanno un rendimento all'altezza e giocano titolari (il croato senza riempire gli occhi, finore, a dire il vero), mentre Caccetta che dovrebbe far la differenza siede costantemente in panchina anche quando manca Cruciani e nel ruolo di Ceesay viene adattato chiunque, ultimo Nannelli, piuttosto che far giocare titolare il giovane della Sierra Leone che, evidentemente, deve ancora crescere e a poco serviva a una squadra che aveva invece bisogno di cambiare marcia. Con questo vogliamo dire che anche la società, come tutto l'ambiente, è ora chiamata a dimostrarsi all'altezza della categoria: ci vogliono pochi innesti ma decisivi, sbagliare ancora significherebbe retrocedere.



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