Rubriche : romanzo rossonero
giovedì, 14 febbraio 2019, 21:22
di emanuela lo guzzo
Uno scontro salvezza, un rigore sbagliato dopo dieci minuti di gioco, l'inferiorità numerica e il castigo severo che arriva maligno e puntuale a sette minuti dal termine. Un classico. L’epilogo scontato che innesca l’amarezza. L’ennesima di una delle stagioni più intense e travagliate della lunga storia rossonera. Succede nel turno infrasettimanale della settima giornata del girone di ritorno ad Arzachena, dall’altra parte del mare, in un giorno che sembra di primavera e in cui il sole fa ribollire l’odore forte e pungente del latte versato sull’asfalto di una terra che chiede rispetto per il proprio lavoro e il proprio sudore. Nella protesta dei pastori c’è tutto l’orgoglio di un popolo in lotta per la sopravvivenza e per la difesa delle tradizioni contro i burocrati che, a pancia piena e con le tasche gonfie, continuando a prenderli per il collo e anche un po’ per il culo.
Arzachena-Lucchese, che cade alla vigilia della festa degli innamorati, racchiude il rimpianto di un appuntamento mancato. È una pellicola in bianco e nero che procede a scatti, a metà tra una cena a lume di candela per pochi intimi in cui le candele sono però consumate e la materializzazione della sconfitta del pallone moderno geneticamente modificato che produce gare in cui ci sono più telecamere che spettatori. La Lucchese resta al buio anche quando si riaccendono le luci dopo il blackout, ma a poche ore da San Valentino, così come in tutti i giorni dell’anno, i suoi innamorati cronici, quei diciotto presenti sugli spalti del Biagio Pirina - uniti a tutti gli altri che per diversi motivi non sono riusciti a esserci -, la sostengono senza condannarla. In qualità di poeti estremi dei gradoni insistono nella visione romantica del calcio a difesa della propria fede, dei propri colori e della squadra della propria città. Nonostante il mal d’amare resistono, sia pur decimati, alle raffiche dell’umiliazione, alla pesantezza di anni caratterizzati da ansie, preoccupazioni, saltimbanchi, bugiardi e traditori. Aspettano da mesi, con pazienza e con fiducia, che la situazione societaria smetta di essere una barzelletta che non ha mai fatto ridere nessuno. Presenti anche nella cattiva sorte ascoltano educatamente ma ignorano con altrettanta intelligenza le parole di condanna e le richieste di pena provenienti da altri generi di innamorati. Come quelle del Presidente Ghirelli ad esempio, che per amore della poltrona ha accettato la retrocessione dal ruolo di direttore generale della Lega Pro al fianco di Macalli a quello di segretario generale nell’era Gravina il quale di vice ne aveva due: Baumgartner e Grimaldi. Non Ghirelli, la cui fedele affezione e il cui attaccamento però, sono stati premiati in seguito con il suo ritorno ai piani alti nella veste di presidente alle prese con varie ed eventuali emergenze di una stagione disastrosa dal punto di vista della gestione e dell’organizzazione. Avrebbe dovuto forse rassicurarci l’elezione a vicepresidente della Capotondi che in questa veste, con tutto il rispetto per l’impegno, la buona volontà e la bellezza, ci convince come una ballerina di carillon in un biliardino?
In un momento, l’ennesimo, in cui l’ambiente rossonero si ritrova ancora in attesa di pagamenti, sentenze, decisioni o comunicazioni di qualsiasi genere, continuiamo a sostenere questa squadra di bravi ragazzi, gente di personalità come De Vito, tanto per citarne uno, sempre pronto a dare il proprio contributo in ogni ambito, dentro e fuori dal campo. E ci teniamo i gesti istintivi e i colpi di testa perché preferiremo sempre la sincerità di un attimo di follia alla diabolica, calcolata, studiata e premeditata distruzione di un bene comune.
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