Rubriche : romanzo rossonero

Un punto avanti

lunedì, 3 dicembre 2018, 09:02

di emanuela lo guzzo

Se la pazienza è la virtù dei forti, i lucchesi di fede rossonera sono fortissimi.

Lucchese-Olbia, quattordicesima giornata di campionato, ci consegna questa considerazione unita alla certezza che a volte, e in situazioni come quella attuale, dare fondo a tutta la maturità e il buonsenso possibili e accontentarsi dei piccoli passi è più saggio che nominare invano parole troppo grandi come play off.

Il match della prima domenica d’avvento al Porta Elisa è una via di mezzo tra gli sconti di Busto Arsizio contro la Pro Patria nella settimana del black Friday e i regali di Natale che la Lucchese contribuisce a mettere sul fondo della rete avversaria. Involuzione, distrazioni fatali, sterilità offensiva, mancanza di idee e personalità in fuga. Tutto già detto e scritto. Ma se il riassunto della gara in campo si riduce al gran gol di Gianmarco De Feo al novantacinquesimo e alla folle corsa di tutti i rossoneri sotto la Ovest – eccetto Falcone che si defila dall’esultanza –, sugli spalti Lucchese-Olbia è tutta un’altra storia. Di sentimenti, poesia da gradoni e romanticismo. 

È il giorno del tifo per Renzo Reni, storica, instancabile e indispensabile figura rossonera, all’indomani di un malore da cui tutto l’ambiente si augura che si riprenda in fretta.

È una delle partite con minore affluenza allo stadio nonostante il giorno e l’orario siano quelli del calcio di una volta a rimarcare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la Lucchese è ormai dei soliti pochi.

È la lezione di tifo dei sostenitori dell’Olbia che – esattamente come capita all’esiguo numero di rossoneri sempre al seguito della squadra in ogni trasferta – pur di esserci e cantare il proprio amore, hanno attraversato il mare. Sono in diciassette, di cui due ragazze e due bambini in trasferta con il papà. Non smettono di intonare cori nemmeno durante l’intervallo dimostrando attaccamento e mentalità. Bravi!

Ci chiediamo la ragione dell’apposizione dei betafence, operazione che grava ulteriormente sulle casse societarie, in occasioni come questa. Ah già, le misure di sicurezza. Dopotutto, con la presenza di tutti quegli steward con i gilet gialli, non si sa mai che scoppi la protesta come in Francia.

Lucchese-Olbia si riflette nello specchio dell’amore incondizionato e disperato dei pochi rimasti, quelli a cui la Pantera appartiene davvero intimamente.

Ma è anche della delegazione dell’Asd Camigliano, dei bambini della Folgor Segromigno, di quelli del San Filippo e del Sant’Alessio sugli spalti a tifare per i rossoneri in barba alle invidie, alle ripicche e alle recenti gelosie tra poveri. È la partita di Aaron, cinque anni e sciarpa della Lucchese al collo, mentre sgranocchia patatine con gli occhi fissi sul terreno di gioco. Di Lorenzo che di anni ne ha otto, indossa la maglia rossonera con il suo nome ed è già un abituè della Curva Ovest.

Ma più di tutto Lucchese-Olbia, al di là del risultato che consolida la squadra sul fondo della classifica, è la partita di Alessio. Otto anni e mezzo, maglia rossonera sotto il giacchetto lasciato aperto e sciarpa in vita. Sventola la propria bandiera ininterrottamente per tutto il match, emulando gli ultras e scendendo gradualmente i gradoni fino ad arrivare alla ringhiera, accanto a chi c’è da sempre.

Fino a che lo stadio regalerà immagini come queste, la passione, almeno quella, è salva.

Finisce 1-1. Ci racconteranno frottole a cui faremo finta di credere, proveranno a offrirci lassativi che spacceranno per confetti. Ma noi sappiamo bene che mai come quest’anno, tra le infinite difficoltà, è l’ambiente a dover dimostrare la propria abilità nel dribbling senza mai smettere di avere fiducia e credere nella salvezza.

Come ci ha detto un tifoso storico: “Se bisogna vincere il campionato per salvarsi, vorrà dire che si vincerà il campionato”.

E adesso tutti a Novara.



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