Porta Elisa News

La grande illusione degli under

mercoledì, 5 luglio 2023, 08:13

di alessandro lazzarini

La scuola calcistica italiana non ha mai prodotto così pochi talenti come da quando sono state istituite le regole per il minutaggio dei giovani nelle categorie inferiori. L'obbligatorietà degli 'under' in serie D è in vigore ormai da oltre un decennio, da poco meno in Serie C, dove dal 2018 le grandi squadre possono schierare la Under 23, iniziativa quest'ultima che continua ad essere reclamata a gran voce e che pareva dovesse essere la grande idea utile a colmare il gap fra il nostro calcio e quello estero, ma a cui a conti fatti ha ricorso solo la Juventus e, più o meno, senza alcuna utilità tangibile in vista della prima squadra. Non che ai bianconeri manchi un settore giovanile d'eccellenza, ma anche volendo prendere i nomi più interessanti transitati della Under 23 possiamo notare, ad esempio, che Iling Junior in due anni è stato schierato in Serie C solo 9 volte, mentre è particolarmente significativo il percorso del più promettente della covata, Fagioli, che dopo l'annata in Under 23 è stato mandato in prestito in Serie B, alla Cremonese. Lo stesso giro di prestiti ha riguardato anche altri giocatori di prospettiva, come Ranocchia e Zanimacchia, mentre Miretti sembra l'unico ad aver fatto un percorso diretto dalla Serie C alla Serie A, dove si è imposto, ma dove le sue convocazioni non sono arrivate per maturazione del giocatore, ma per assenze straordinarie. In sostanza, quello che sembra emergere dai fatti è che le categorie inferiori alla Serie B non sono considerate allenanti per giovani che dovrebbero imporsi a certi livelli, tanto che i migliori ragazzi delle ‘primavere’ quando devono fare esperienza vengono prestati in Serie B o bassa Serie A anche da chi può schierare l'Under 23, oltre che da dalle altre. Conti alla mano il percorso di carriera che va dalla Serie C o D alle categorie superiori è rarissimo rispetto al passato, quando il passaggio dalla melma della terza serie era quasi obbligatorio. La realtà, dunque, ci dice e dimostra che i giovani che le maggiori società mandano in C o D, dove devono essere schierati obbligatoriamente, sono gli avanzi di 'primavera' che si ritiene non abbiano le qualità per competere ad altissimi livelli e che, quindi, tutto il grande chiacchierare sulla virtuosità delle regole degli 'under' altro non è che un escamotage per smaltire facendo cassa i prodotti di scarto dei settori giovanili utilizzando le piccole società come vetrina. Se così non fosse, ovvero se l'idea del minutaggio contribuisse alla crescita e maturazione dei giocatori, vedremmo continuamente società di Serie A schierare i propri giovani. Per intendersi, nel campionato appena concluso erano ben 150 i giocatori prestati in terza serie da società di A, conoscete il nome di qualcuno di questi che nel prossimo campionato sarà aggregato alla prima squadra?

La regola però non è priva di conseguenze effettive e tangibili, che per la precisione sono il degrado assoluto della qualità dei campionati inferiori, dove quasi tutte le squadre sono costrette per esigenze di bilancio a schierare almeno quattro o cinque giovani, la maggior parte dei quali sono molto inferiori a giocatori di categoria fuoriquota e che, quando escono dai limiti di età per essere considerati 'under', in gran parte si perdono nell'oblio delle categorie dilettantistiche. Il decadimento della qualità, ovviamente, determina un calo dello spettacolo offerto, con perdita di ulteriore pubblico oltre quello già migrato esclusivamente sul mezzo tv. Come se non bastasse la quasi totalità delle squadre minori non possono schierare i giovani del proprio vivaio, cosa che avrebbe molto più senso in termini di sostenibilità economica, perché anche il livello delle 'primavere' va di pari passo con la capacità di investimento e la dimensione della società.

Nonostante l'evidenza dei fatti, nonostante sia completamente chiaro che piuttosto che affidarsi ad un giovane lanciato in Serie C le grandi società preferiscono prendersi ragazzi stranieri, i vertici del calcio italiano e i commentatori sono ancora completamente allineati a cantare in coro la necessità delle Under 23 e delle regole sugli 'under'. E' visibile a tutti che il calcio italiano da ormai almeno due decenni non produce fantasisti o punte di livello nemmeno paragonabile alle generazioni precedenti, eppure non è che manchino i buoni giocatori, solo che sono tutti a centrocampo. Allora, ci sentiamo di suggerire, siamo sicuri che il problema sia di palcoscenico, ovvero di possibilità di fare esperienza, oppure magari la questione è più sistemica e quello che c'è da mettere in discussione è il meccanismo delle scuole calcio, dove si inizia a giocare a 6 anni a pagamento e con tecnici talvolta (o quasi sempre?) improvvisati e reperiti in base alla loro disponibilità e volontà, più che in seguito a un percorso di formazione tecnica e pedagogica? Non sarà che il talento, più che essere scomparso per mutazione antropologica, viene invece imbrigliato e ridimensionato da una scuola calcio che ha smesso di funzionare dalle basi? Sono riflessioni, non affermazioni, ma in questo paese in tutti gli ambiti e anche nel calcio, sembra sempre mancare chi si fa qualche domanda e si pone dei dubbi, anche quando i fatti parlano chiaro.




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